La Basilicata fra lo sviluppo mancato e la transizione necessaria

5 luglio 2021 | 11:14
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La Basilicata fra lo sviluppo mancato e la transizione necessaria

“Qualcuno ha scritto che l’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio. In Basilicata oltre all’assenza storica di un modello di sviluppo e di una dimensione sociale della giustizia, è venuta meno anche l’idea di ecologismo stesso”

Ci si attendeva che il petrolio avrebbe portato sviluppo industriale ed economico e progresso socio-culturale. Per chi vive il territorio sarebbe facile concludere che tutto ciò non si è visto, ma pur non volendo lasciarsi andare a sensazionalismi ed impressioni, i numeri, i dati e studi “peer reviewed” certificano il disattendimento di tali speranze.  A regional resource curse? A synthetic-control approach to oil extraction in Basilicata, Italy, uno studio di L. Pellegrini, L. Tasciotti e A. Spartaco, sintetizza e “certifica” mediante analisi statistiche accurate di indicatori e confronto degli stessi con gli altri territori italiani le sensazioni che qualsiasi lucano avrebbe ripercorrendo la propria regione, nello spazio e nel tempo. L’analisi degli indicatori correlati al tema lavoro evidenziano quanto sia stato ininfluente l’arrivo sul territorio delle grandi multinazionali petrolifere sulla percentuale degli occupati lucani, smentendo la mistificazione secondo cui le coltivazioni idrocarburiche “avrebbero portato lavoro in Basilicata”. Ancora più deludente è l’effetto che “il petrolio” ha avuto sull’occupazione giovanile in Basilicata. Dall’analisi effettuata risulta che “il petrolio” abbia comportato una diminuzione della stessa di un ulteriore 1% rispetto a territori italiani dove “il petrolio” non c’è. Ininfluente risulta essere anche su quello che è il progresso socio-culturale. Risulta infatti che gli indicatori riguardanti il tenore di vita dei lucani ed il livello di scolarizzazione e formazione universitaria è esattamente in linea con altre realtà italiane in cui “il petrolio” non c’è.

Il tema occupazione è un tema che affligge il territorio lucano, rappresentando il fattore chiave che incide sulla significativa migrazione, soprattutto di giovani, privati della possibilità del diritto di scegliere se rimanere “a casa propria” e realizzarsi sul proprio territorio.  I dati ISTAT dimostrano quanto la situazione sia preoccupante, lasciando poco spazio alla soggettività.  I dati dimostrano come la regione Basilicata sia tra le regioni con i più alti tassi di disoccupazione giovanile, in particolare per le fasce d’età che normalmente vanno nel post-diploma e post-laurea. Il tasso di disoccupazione si attesta infatti a valori pari a 30 e 17.9 rispettivamente, che sono praticamente dimezzati per le regioni del nord.   Solo regioni come Campania, Calabria e Sicilia hanno tassi di disoccupazione più alti della regione Basilicata. I dati ovviamente non tengono conto del lavoro in nero, altra piaga sociale.

Se questi dati mostrano già una tendenza preoccupante, ancora più preoccupante è la serie di dati che mostra la disoccupazione suddivisa sulla base del titolo di studio posseduto.  I dati dimostrano in questo caso un dato ancora più allarmante per la regione Basilicata: la forza lavoro con maggiore tasso di disoccupazione (rispetto al territorio nazionale) e che quindi più difficilmente trova occupazione è quella con titolo di studio alto (laurea/post laurea), con un tasso di disoccupazione che si attesta al 10,7% (solo la Calabria fa peggio). Valore che nelle regioni del nord è mediamente intorno al 3%. Da notare è che la Basilicata ha tassi di disoccupazione fino al diploma comparabili con le regioni più sviluppate d’Italia ma nettamente maggiore se si considera invece forza lavoro laureata e post-laurea. Inoltre, Il tasso di disoccupazione per questa forza lavoro si attesta allo stesso valore del 1992 (negli anni recenti era addirittura superiore), dimostrando quindi che il progresso della regione, in ambito industriale tecnologico e culturale è fermo al 1992, incapace di rispondere alla maggiore presenza di forza lavoro qualificata. Considerando invece la forza lavoro con nessuna licenza, elementare o media, la regione Basilicata è tra quelle che più riesce ad offrire opportunità a tale forza lavoro. È evidente quindi come la Basilicata non offra un mercato del lavoro che richiede personale altamente qualificato, determinando quindi un tasso di emigrazione alto, soprattutto per chi ha titoli di studio.  Alla luce di tutto ciò, è davvero difficile affermare che “il petrolio” in Basilicata abbia contribuito allo sviluppo tecnologico, della qualità delle offerte di lavoro e del valore aggiunto del sistema produttivo locale. Il rilancio occupazionale può passare attraverso l’innovazione tecnologica del settore “green” ed è fondamentale investire nella formazione di giovani, universitari e non, nei settori tecnologici ad alto valore aggiunto dello sviluppo sostenibile. L’estrazione petrolifera è una attività a basso valore aggiunto che non può tamponare in alcun modo l’emergenza demografica e la crisi occupazionale. Le stime di occupati diretti tra gli impianti di Tempa Rossa e Val d’Agri sono solamente 520, circa lo 0,6% (si pensi, per confronto, che Stellantis a Melfi impiega in maniera diretta circa 7200 persone).

Con il parere positivo e la sostanziale promozione della Commissione Europea sul PNRR, si apre una fase nuova ed una stagione politica decisiva per l’Italia. Il Recovery Plan è stato scritto e progettato seguendo le linee guida dell’Unione Europea che ha posto i temi della sostenibilità, della transizione ecologica ed energetica e della digitalizzazione. La seconda missione del Next Generetion EU ha come orizzonte una vera a propria “Rivoluzione Verde”. (continua nella pagina seuccessiva)

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