Elezioni a Matera: “Ma quali Primarie?”

L’arte di cambiare tutto per non cambiare nulla
Secondo il primo principio della termodinamica, l’energia non si crea né si distrugge, ma si trasforma. E così accade anche nel trasformismo della politica materana: i metodi si aggiornano, almeno in apparenza, con l’introduzione di strumenti partecipativi come gli hackathon – una sorta di gioco da tavolo rivestito di lessico innovativo – ma i soliti noti, al di là del colore politico, restano sempre al centro della scena.
Nessuna novità, o meglio: nessuna vera discontinuità.
Invece di avviare un autentico processo di ascolto, partendo dai bisogni quotidiani di chi abita la città e da chi lavora da anni nei territori, invece di costruire alleanze su programmi già esistenti (e non parlo certo di quelli dei partiti), si è preferita una pièce corale senza regia, dove attori con copioni – almeno sulla carta – inconciliabili si sono ritrovati sulla stessa scena più per paura di restare fuori dallo spettacolo che per reale affinità. Almeno, si spera siano naufragati. Perché l’alternativa è pensare che non distinguano più nemmeno dove stanno, né perché, e che abbiano smarrito persino il senso e la direzione politica, se mai ci sia stata.
Ci si entusiasma per i cosiddetti “100 giovani”, evocati come un esercito spartano, chiamati a rappresentare il nuovo corso. Ma a ben vedere, più che un’epopea eroica, sembra un’operazione di marketing destinata a concludersi come le truppe di Leonida, solo senza l’onore della disfatta. Perché di eroico – anzi, di stra-ordinario – non c’è nulla. Solo una narrazione confezionata a tavolino, un copy mal riuscito di campagne di rinnovamento che si auto-screditano già alla prima curva a…destra.
Il termine “giovani”, ormai svuotato e abusato, funge da etichetta retorica per un’operazione che di nuovo ha ben poco. La giovinezza non garantisce saggezza, né la vecchiaia nega la capacità di rinnovarsi. Il problema non è l’anagrafe, ma l’assenza di contenuti, di reale preparazione e di visione. L’assenza, soprattutto, di un rapporto vivo e pragmatico con i territori e con le lotte che li attraversano.
Tutto cambia perché nulla cambi, come insegna Tomasi di Lampedusa. E finché non cambiano le strutture – i meccanismi reali di partecipazione, la distribuzione del potere, i candidati e le varie parentele familiari– il cambiamento resta solo un maquillage della realtà. Un esercizio estetico che illude, ma non trasforma. Se dietro ci sono sempre le stesse logiche, se i candidati restano quelli che hanno ignorato i beni comuni e svenduto il territorio a palazzinari, prodotto degrado ambientale, consumo di suolo, turistificazione spinta, sub-concessioni a buon mercato nei Sassi per i ricchi, gentrificazione delle periferie per i comuni mortali e, soprattutto, alienazione dei cittadini dai processi decisionali, il risultato è un déjà-vu con effetti speciali.
Il cambiamento, quello reale, non si annuncia a ridosso delle elezioni. Si costruisce nel tempo, giorno dopo giorno, nei territori, nei quartieri, nelle associazioni, nei movimenti e nelle mediazioni politiche e istituzionali che nascono dal confronto con i cittadini e le loro rappresentanze dal basso. Ma si costruisce anche, e soprattutto, a partire da una direzione politica chiara non cercando consensi ovunque, sacrificando coerenza e giustizia sull’altare dell’opportunismo.
E poi c’è un altro racconto, forse un’altra gioventù adulta in cui mi riconosco, che con questa narrazione fatica a identificarsi. Quella a cui non interessa l’età, ma i valori che ancora prova a praticare. Quella che non scende a tali compromessi, quella che ha lottato – spesso in pochissimə – per l’acqua pubblica, per l’ospedale, per i quartieri, per i migranti, per la Murgia, per il riconoscimento di tuttə. Quella che “qualcosa di sinistra”, come dice Moretti, lo vuole ancora dire. Giovanə e non, che oggi si sentono -salvo rare eccezioni- per niente rappresentati da questi cento, che più realisticamente somigliano a una compagnia di giro allargata, tra amici, conoscenti e qualche parente.
E lo dico con amarezza, perché “viviamo in tempi bui” per la sinistra e per la Politica, in generale. E perché nella mia generazione – disgregata, alienata e spesso ignorata – io ci credo ancora. Perché fare politica non significa solo inventare nuovi percorsi istituzionali (che, tra l’altro e in questa vicenda, nemmeno ci sono), ma riconoscere e valorizzare anche quelli virtuosi che già esistono; per mettere in discussione quei meccanismi – visibili e invisibili – che da anni tengono in ostaggio la Basilicata. Anche oggi, anche adesso, anche in questa campagna elettorale per mostrare con onestà -anche quando fa male- qual è la vecchiaia che ci interessa scardinare: quella strutturale. Quella che abita nei paradigmi stanchi, nelle pratiche logore, nelle formule riciclate che continuano a svuotare questa città. Retorica, narcisismi, antiche strategie e molta poca sostanza. Matera merita di più anche – e soprattutto – da noi, e per noi giovanə.
∗ Attivista politica, dottoranda in Gender Studies e progettista europea