Basilicata. La povertà è questione di diritti non di bisogni

26 luglio 2024 | 15:15
Share0
Basilicata. La povertà è questione di diritti non di bisogni

Le responsabilità politiche scompaiono nella narrazione del buon samaritano

Dopo l’uscita dell’ennesimo Rapporto della Caritasdiocesana di Potenza su povertà ed esclusione sociale, i soliti noti danno fiato alle trombe, stonate. Bisogna fare questo, bisogna fare quest’altro… serve un patto sociale, e così via. Nel calderone fastidioso della retorica, molti prendono la parola per dire le stesse cose dell’anno prima e dell’anno prima ancora: soluzioni zero. Non sanno che fare, ma sanno che dire però importante è parlare, farsi vedere, apparire sui giornali. Mai e dico mai, le istituzioni, i partiti, le organizzazioni sindacali, le rappresentanze degli Enti di Terzo Settore, si sono confrontati sul tema, tutti insieme, alla ricerca di soluzioni di lungo periodo. Ognuno fa per sé, anzi ognuno parla per sé. Magari ci si incontra nella mezza giornata del Convegno Pinco Pallo. E poi, chi si è visto si è visto.

La Caritas aiuta i bisognosi, le cooperative sociali forniscono servizi di welfare alla spicciolata, spesso nel quadro di una programmazione regionale e locale inesistente e con mezzi e risorse insufficienti. E parlo delle cooperative sociali vere, ormai poche, perché di fasulle in giro ce ne sono a decine. Il volontariato, frammentato in mille sigle, fornisce sostegno alla bisogna, senza che vi sia un dialogo operativo e costante al proprio interno e con il resto del mondo, in una cornice di azione di lungo periodo. E parlo del volontariato vero, perché di volontari fasulli in giro ce ne sono a centinaia. Insomma, gli attori della cosiddetta “lotta alla povertà” recitano monologhi. I partiti, o quel che ne resta, hanno ben altro da fare, i loro esponenti sono continuamente impegnati a coltivare il consenso anche in quel bacino di poveri a cui non resta altro che la speranza.

Certo è che chi non ha mai provato la povertà ha gioco facile nel discorso pubblico. C’è chi fa dell’ironia, chi fa del sarcasmo e chi, improvvisandosi economista, sventola ricette del secolo scorso. Sulla povertà non si scherza. Non si fa propaganda né spettacolo. Politicamente è un campo minato, pieno di trappole e ostacoli. Un campo rischioso. Affrontare il problema, in tutte le sue forme, non è semplice. Occorrono misure radicali di carattere economico, fiscale, sociale, e misure che nella contingenza possano ridurre il danno di un fenomeno che è storicamente presente nella vicenda umana. Occorrono investimenti massicci nella scuola, nella cultura, nelle politiche per l’infanzia e l’adolescenza. La povertà ha a che fare con l’educazione, con la formazione, con il reddito, con la salute, con la cultura e, soprattutto, con i diritti. E chiama in causa tutte le sfere della vita economica, politica, sociale, istituzionale. La povertà non è un’isola, è un arcipelago isolato e senza connessioni. Tutto ovvio, per carità. Non è ovvio un fatto: la povertà è soprattutto “diritti negati”. E dunque ha poco a che fare con la risposta ai “bisogni”.

Assistiamo, invece, ad azioni e provvedimenti utili a tenere sotto controllo il fenomeno, a circoscriverlo in un recinto di sicurezza, per evitare lo sconfinamento di migliaia di persone “affamate” nei salotti tranquilli di chi fa retorica. Assistiamo al disinnesco continuo del potenziale di ribellione di chi vive in povertà: a loro non è consentito assumere una soggettività politica. Tutto diventa questione di benevolenza, di filantropia, di carità, di solidarietà. Hai fame, hai sete, sei nudo, non hai un tetto? Qualcuno ti darà da mangiare, da bere, da vestire e da dormire. Meno male. Ma chi lavora per costruire una società, un’economia, un sistema di vita in cui nessuno più debba ricorrere alla carità?

I dati della Caritas diocesana di Potenza rappresentano la punta di un iceberg. Non tutti si rivolgono alla Caritas, altri si rivolgono a sportelli di ogni genere, sparsi e senza collegamenti. Altri ancora restano fuori da tutti i circuiti. Quelli, per esempio, ritenuti meno bisognosi perché hanno un lavoro, un lavoro che li rende poveri. La situazione regionale è più drammatica di quanto appaia. Eppure, si continua a procedere in ordine sparso, come un esercito senza regole, senza bussola, incapace di capire chi è, e da che parte sta, il “nemico”. Si parla di “bisogno di lavoro” bisogno di vestiti, di cibo, di farmaci. I diritti, una dimensione squisitamente politica, scompaiono dal discorso sulla povertà. E così scomparendo aiutano la politica e le istituzioni ad allontanarsi dalle loro responsabilità. Il dibattito è aperto, anche se la speranza che si apra è socchiusa.